Il Sancta Sanctorum nella basilica di San Vitale

La cappella del Sancta Sanctorum nella Basilica di San Vitale è un luogo dalla storia affascinante
Capsella di Giuliano Argentario
Capsella di Giuliano Argentario

Brevi note tra archeologia e agiografia

Nella basilica di San Vitale di Ravenna la piccola cappella posta alla destra del presbiterio è ormai nota, da secoli, con il nome di Sancta Sanctorum (Figg. 1-2)[1]. Questo appellativo è legato innanzitutto al ricordo delle sante sepolture di Ecclesio, Ursicino e Vittore la cui memoria è intrecciata a questo insigne monumento oltre che all’attestazione di altre preziose reliquie ivi custodite tanto che gli autori antichi parlano addirittura di un pozzo con sangue dei santi martiri[2].

Il Sancta Sanctorum in una incisione edita da Serafino Barozzi, 1732

Il Liber Pontificalis Ecclesiae Ravennatis, in più passaggi, attesta le sepolture dei tre santi vescovi ravennati del VI secolo all’interno della basilica: «igitur iste beatissimus obiit, sepultus est in ecclesia beati vitalis martiris infra monasterium sancti nazarii ante altarium, in medio loco iuxta corpus hinc beati ursicini antistitis et inde beati victoris, in medio autem iste»[3]

Il Santa Sanctorum dopo i recenti interventi di restauro

Nel 1581, in occasione dei lavori promossi dall’abate Giulio da Verona, fu scoperta l’urna di Ecclesio. Volendo edificare un nuovo altare si distrusse il precedente e, al suo interno, fu rinvenuto un sarcofago crucisegnato che recava inciso, sul lato sinistro, il nome del santo vescovo: «ecclesius episcopus». Aperta l’urna, con l’autorizzazione dell’arcivescovo Cristoforo Boncompagni, al suo interno furono rinvenute, sopra una tavola-scolatoio, le sante reliquie secondo quella che fu ritenuta, come sottolinea Mazzotti, la disposizione del corpo al momento della sua sepoltura[4].  

L’urna fu nuovamente vista dal Card. Aldobrandini durante la ricognizione del 18 dicembre 1607 e, successivamente, il 14 dicembre 1731 durante i restauri della cappella, lavori promossi dall’abate Antonio Maria Maffetti e ben documentati dal Padre Pier Paolo Ginanni[5]. Fu in quell’occasione che furono rinvenute anche le arche di Ursicino e Vittore. La relazione del Ginanni è preziosissima per il racconto della ricognizione delle reliquie non solo di Ecclesio, ma anche di Ursicino e Vittore e per una giusta attribuzione dei sarcofagi che, purtroppo, non si conservarono: quelli di Ecclesio e Ursicino furono smembrati mentre quello di Vittore rilavorato; alcuni frammenti furono reimpiegati per i gradini del presbiterio mentre degli altri se ne perse traccia[6].

Durante la ricognizione settecentesca le reliquie dei tre santi vescovi ravennati furono poste in tre distinti reliquiari – inseriti in una cassa tripartita – e collocate nell’urna di Vittore, pesantemente rilavorata, che fu usata come altare fino ai lavori promossi da Corrado Ricci a seguito dei quali si provvide ad un nuovo altare assemblando due frammenti del sarcofago di Ecclesio e un frammento del sarcofago di Ursicino[7]

Dopo il rinvenimento delle loro venerate reliquie i monaci posero varie iscrizioni che miravano ad esaltare l’antichità e la santità del Sancta Sanctorum e della basilica oltre a ricordare i restauri della cappella. Due passi tratti dal Liber Pontificalis Ecclesiae Ravennatis furono incisi, nel 1732, su di una lastra marmorea posta lungo uno dei pilastri della basilica dove ancor oggi si può leggere: 

«beati martyris vitalis basilicam mandante/ ecclesio viro beatiss(imo) episcopo a fundamentis/ iulianus argentarius aedificavit ornavit atq(ue)/dedicavit consecrante vero reverendissimo/ maximiano episcopo sub die xiii maii/sexies p(ost) c(onsulatum) basilii iunioris[8]/ ardua consurgunt venerando culmine templa/nomine vitalis santificata deo./gervaiusq(ue) tenet, simul hanc protasius arcem/ quos genus atq(ue) fides templaq(ue) consociant./ his genitor natis fugiens contagia mundi/ exemplum fidei martyriique fuit./ tradidit hancprimus julianus ecclesius arcem/ qui sibi commissum mire peregit opus. hoc quoque perpetua mandavit lege tenendum/his nulli liceat condere membra locis./ sed quod pontificum constant monumenta prioru(m)/ fasi bi sit tantum ponere, sed similes[9]/sub iustiniano i imperatore/vetus utrumque epigramma/quod/ extabat in atrio templi/ periitque temporum injuria/ ex rerum ravennat(um) scriptoribus/ restituerunt abbas et monachi/ a(nno) r(eparatae) s(alutis) 1732» [10].

Iscrizione settecentesca

Un’iscrizione fu posta nel Sancta Sanctorum a suggello dei restauri; tramandata dal Padre Ginanni nelle sue cronache manoscritte fu successivamente edita da Iacopo Morelli: Iscrizione settecentesca (foto G. Gardini)Un’iscrizione fu posta nel Sancta Sanctorum a suggello dei restauri; tramandata dal Padre Ginanni nelle sue cronache manoscritte fu successivamente edita da Iacopo Morelli: 

«d.o.m./in hoc sacello/ob plurimas divorum reliquias/sancta santorum nuncurato/quod/erumpentes prae soli humilitate aquae/ nimium labefecerant/ elato pavimento locoque exornato/eruta e ruderibus sarcophagis/ xix calend. ianuarias/ anno mdccxxxi/coram maphaeo nicolao farsetto/ ravennatium archiepiscopo/ corpora ss. antistitum/ ecclesii ursicini victoris/ sub ara honorificentius collocarunt/ xiv cal. novemb./anno mdccxxxii/ abbas et monachi»[11]

Iscrizione settecentesca nei Magazzini del Museo Nazionale di Ravenna

I sette frammenti di questa iscrizione sono conservati, murati, in un magazzino del Museo Nazionale dove sono custodite altre due iscrizioni legate a questa cappella. La prima, mutila, indicava il luogo «[sanct]a sanctorum», mentre l’altra ne esplicitava la santità: inciso nel marmo era scritto: «locus/ in quo stas/ terra sancta est/ ex. iii. 5», una citazione, quest’ultima, che rimanda al libro dell’Esodo e alla visione divina di Mosè al roveto ardente[12]

Iscrizione settecentesca nei Magazzini del Museo Nazionale di Ravenna
Iscrizione settecentesca nei Magazzini del Museo Nazionale di Ravenna

Un altro documento importante per ricostruire la storia del Sancta Sanctorum – più delle reliquie che dei frammenti di sarcofago – è il verbale redatto il 3 settembre del 1903 da Paolo Sarti, cancelliere arcivescovile, in occasione dello smantellamento dell’altare settecentesco durante i lavori di restauro promossi da Ricci[13].  

Ora che l’arca di Vittore è dimenticata nel giardino di San Vitale, i frammenti del sarcofago di Ecclesio sono stati spostati nella basilica di Santa Maria Maggiore, i frammenti del sarcofago di Ursicino musealizzati all’interno del Sancta Sanctorum, le iscrizioni settecentesche poste nei magazzini del Museo Nazionale, e le reliquie dei santi vescovi collocate nell’altare maggiore della basilica, a ricordo della gloria di questo antico luogo rimangono nel pavimento tre piccole iscrizioni sulle quali sono i nomi, preceduti e seguiti dall’hedera distinguens, di «ursicinus episcopus», «ecclesius episcopus», «victor episcopus».

Iscrizioni con i nomi dei tre santi vescovi

Iscrizioni, pitture e memorie legate al Sancta Sanctorum

Affresco della Vergine e iscrizione di Vittore e Giovanni

Ancor prima di accedere al Sancta Sanctorum merita uno sguardo l’immagine della Vergine assisa sul trono con il Bambino posta nella lunetta sovrastante l’ingresso della cappella: la posizione, la scarsa illuminazione e il precario stato di conservazione non rendono immediata la leggibilità di questo affresco, opera che potrebbe appartenere al XV secolo [14].

Affresco con La Vergine e il Bambino

La soglia del Sancta Sanctorum è costituita da una doppia iscrizione che ricorda due uomini, Vittore e Giovanni, un’epigrafe che gli studiosi ritengono altomedievale. Entrambi sono testi funerari: «hic requ(iescit) in pace […]/victor pr(es)b(iter)», Qui riposa in pace il presbitero Vittore; «hic requiescit ioh(annes) in pace», Qui riposa in pace Giovanni [15].

Iscrizione di Vittore e Giovanni

Lacerti di affresco

Il piccolo ambiente absidato al quale si accede appena varcato l’ingresso e che costituisce una sorta di atrio alla cappella presenta nella volta a botte tracce di decorazione. L’immagine maggiormente leggibile, racchiusa entro un clipeo, presenta la figura di Dio Padre benedicente[16].

Dio Padre benedicente

Il manoscritto del Ginanni ricorda, nella volta del Sancta Sanctorum, varie pitture che miravano ad esaltare la santità del luogo. Nella parte superiore della cupola erano stucchi, affidati alla maestria di Pietro Martinetti, e medaglioni dipinti[17]. Ginanni parla di un cornicione che sembrava sostenuto da otto pilastri. Nel medaglione rotondo, posto sopra all’ingresso della cappella, stavano quattro angeli, portanti croce e corone, che sostenevano un’iscrizione posta ad evocare la gloria dei santi lì sepolti e, al tempo stesso, la speranza nella risurrezione: «ossa eorum pullulent de loco suo» (Siracide 46,14). All’interno di due medaglioni era rappresentato il martirio di Gervasio e Protasio, mentre nell’arco della cappella, sempre all’interno di tre medaglioni, erano le effigi di Ecclesio, al centro, in atto di offrire il tempio a San Vitale, una immagine simile a quella in mosaico presente nel catino absidale, di Ursicino, a destra, orante al sepolcro del martire omonimo, e di Vittore, a sinistra, rappresentato orante all’interno della basilica Ursiana nella quale, stando alla testimonianza del Liber Pontificalis, aveva fatto erigere un ciborio argenteo[18]

La volta superiore, visibile esclusivamente dal matroneo, presenta tracce di pittura ancor più interessanti per la loro antichità, databili tra l’XI e il XII secolo; gli affreschi sia per la loro ubicazione sia per il pessimo stato di conservazione in cui versano, purtroppo sono pressoché compromessi nella loro leggibilità [19]

Pitture medievali del matroneo

Iscrizione presbitero Domenico

Alla destra dell’altare, entro una nicchia ricavata nella muratura, è l’iscrizione funeraria del presbitero Domenico, databile non oltre il X secolo (Fig. 12). Essa fu scoperta il 6 febbraio 1732 e il suo sepolcro, come ricorda Ginanni, era pieno d’acqua e di fango, le ossa molto deperite; al suo interno fu rinvenuta una croce recante il seguente testo: «+ dominicus+…»[20].  

Questa epigrafe, dopo essere stata posta in vari luoghi, fu ricollocata nel 1904, per volere di Ricci, all’interno del Sancta Sanctorum[21]. Il testo riporta la menzione della sepoltura di Domenico e si conclude con una sorta di maledizione per coloro che avessero tentato di violare la sua tomba: «† in n(omine) patris et filii et spiritum s(an)c(t)i hic/ requiescit in pace dominicus pr(es)b(iter) de/serviens basilicae a(an)c(t)i vitalis marti/ris et si quis hunc sepulcrum violve/rit partem abeam cum Iuda traditorem/ et in die Iudicii non resurgat partem suam/ cum infidelibus ponam», Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Qui riposa in pace Domenico presbitero e in servizio nella Basilica di San Vitale martire e se qualcuno violerà questo sepolcro partecipi (della sorte) del traditore Giuda e nel giorno del Giudizio non risorga, si ponga tra gli infedeli[22]

Capsella di Giuliano Argentario

Nel nuovo allestimento della cappella non poteva non avere un posto di onore la capsella di Giuliano Argentario; se prima dei restauri era collocata nella nicchia posta sotto la finestra, spazio poi occupato dal Tabernacolo, ora è fissata alla parete di fondo (Fig. 13)[23]. L’iscrizione, posta sui quattro lati, è particolarmente importante proprio in merito all’erezione della basilica di San Vitale: «+ iulianus arge/nt servvsve/st praecib/vestbas/a fundaperfec», + Iulianus argent(arius) servus vest(er) praecib(us) vestr(is) bas(ilicam) a funda(mentis) perfec(it) [24].

Frammenti del sarcofago e della lastra colatoio di Ecclesio 

Quando la sera del 14 dicembre 1731 fu aperto il sarcofago di Ecclesio esso fu il primo ad essere ispezionato: le ossa del santo vescovo furono rinvenute sopra alla lastra colatoio, ricoperte da un sottile strato di creta[25].

Questo sarcofago, al pari di quelli di Ursicino e Vittore, fu rinvenuto integro e provvisto di copertura e, come per gli altri, il Ginanni riporta un’interessante, seppur sommaria, descrizione dei motivi iconografici oltre che delle misure[26]. La fronte di questo sarcofago, di cui si conserva un’ampia porzione, presenta al centro una grande croce gemmata ai piedi della quale sono due piccoli cervi – essi non sono menzionati da Ginanni -; ai lati della croce sono due pavoni e la scena è chiusa da due palme. Un doppio nastro decorativo incornicia la scena nel bordo superiore e lungo i bordi laterali. Ginanni ricorda che entrambi i lati corti presentavano il segno della croce e il lato destro, l’unico superstite, presentava l’iscrizione recante il nome del vescovo. 

Di questo sarcofago restano solo i due frammenti suddetti che furono reimpiegati ai primi del ‘900 per l’altare del Sancta Sanctorum. Recentemente sono stati portati all’interno della basilica di Santa Maria Maggiore e lì ricomposti, lungo la navata destra, in prossimità dell’ingresso[27]

Frammenti del sarcofago e colatoio di Ecclesio nella Basilica di Santa Maria Maggiore

La fronte della cassa ed il fianco destro recante il testo «[ecc]lesius episc(opus)» sono stati integrati all’interno di una struttura in corten che intende simulare il sarcofago nella sua interezza. Su quello che va considerato il coperchio dell’urna è stata incisa un’iscrizione: 

«hoc est arcae quod extat in qua corpus conditum est ecclesii beatissimi viri ravennae episcopi dxxii-dxxxii. sancti vitalis basilicam ille decrevit aedificatam postea ab iuliano argentario et a maximiano episcopo sacratam. hanc quoque basilicam in praedio suo extruxit ad honorem beatae semper virginis mariae dei matris»[28].

La lastra colatoio di Sant’Ecclesio rinvenuta all’interno del sarcofago durante le ricognizioni settecentesche fu posta all’interno dell’urna di Vittore che, all’epoca, fungeva da nuovo altare; quando esso fu smantellato ad opera di Ricci, la lastra fu collocata all’interno del Sancta Sanctorum, addossata alla destra del rinnovato altare. A seguito degli ultimi lavori di restauro è stata trasportata a Santa Maria Maggiore e affissa alla parete di fondo della navata destra, dietro al sarcofago di Ecclesio[29]

Sul marmo sono visibili due iscrizioni settecentesche corrispondenti alle due parti in cui la lastra fu, allora, suddivisa: «super hanc tabulam quievit corpus s. ecclesii» si legge nella parte di maggiori dimensioni, «residuum tabulae s. ecclesii», nel frammento minore[30]

Frammento del sarcofago e della lastra colatoio di Ursicino

Anche il sarcofago di Ursicino fu visto integro dal Ginanni: sul coperchio era un monogramma raggiato e, sul lato destro, era l’iscrizione recante il nome del vescovo. Musealizzati all’interno del Sancta Sanctorum, nella stessa parete della capsella, sono un frammento attribuito al suo sarcofago e la tavola colatoio, due frammenti marmorei di notevole importanza, entrambi riconducibili alla memoria di Ursicino. 

Il frammento di sarcofago era stato reimpiegato dal Ricci, assieme ai due resti superstiti dell’urna di Ecclesio, per formare l’altare del Sancta Sanctorum ritenendoli, erroneamente, parti di un unico sarcofago[31]. Fu grazie all’attenta lettura del manoscritto del Ginanni, che vide e documentò lo stato della cappella durante i lavori settecenteschi, che Sangiorgi identificò questo frammento come appartenente al sarcofago di Ursicino: all’interno di un clipeo, il cui bordo è decorato a spina di pesce, è un monogramma solare gemmato; in corrispondenza dei lati della croce la ghirlanda del clipeo si interrompe e lascia spazio ad una decorazione a piccoli cerchi[32]

Il colatoio sul quale era stato posto il corpo del santo vescovo, rinvenuto all’interno del sarcofago durante la ricognizione settecentesca, fu rilavorato: si incise l’iscrizione ancor oggi leggibile «super hanc tabulam quievit corpus s. ursicini» perché non si perdesse la sua memoria di reliquia e vi furono incisi i volti di Ecclesio, Ursicino e Vittore vestiti in abiti pontificali e con in capo la mitria. Questo marmo fu poi usato come palliotto inserito all’interno dell’urna di Vittore che, rilavorata, fu usata come altare. 

A seguito dei lavori promossi da Ricci fu addossato alla sinistra del rinnovato altare. 

Urna di Vittore

Durante i lavori settecenteschi fu scoperta anche l’urna di Vittore le cui reliquie, a differenza di quelle dei suoi due predecessori, non erano stese su una lastra marmorea ma all’interno di ciò che fu ritenuta una cassa di cipresso. 

Il sarcofago di Vittore, rispetto a quelli di Ecclesio e Ursicino, fu l’unico a rimanere integro, ma fu pesantemente rilavorato, per essere usato come altare, fino alla scomparsa dei segni descritti dal Ginanni: le tre croci poste sulla fronte, di cui quella centrale raggiata, le croci lungo i lati corti e l’iscrizione recante il nome del vescovo sul lato sinistro. Sul bordo del sarcofago fu inciso il nome di Vittore: «arca s. victoris epi»[33].

In uno dei lati lunghi della cassa furono praticate tre aperture, chiuse da altrettante grate realizzate dalle lettere che compongono i nomi di Ecclesio, Ursicino, Vittore attraverso le quali erano visibili i ritratti dei rispettivi vescovi incisi nella lastra scolatoio di Ursicino[34]. Dall’epoca settecentesca fino ai primi del ‘900 quest’ultima custodì le loro reliquie poste entro una cassa di noce suddivisa in tre scomparti. 

Quest’urna si trova attualmente all’esterno della basilica, vicino a quello che oggi è l’ingresso principale [35]

Sarcofago di Vittore nei giardini di San Vitale

Cassa reliquiario

Le reliquie di Ecclesio, Ursicino e Vittore rimosse dai rispettivi sarcofagi furono poste in tre distinti reliquiari custoditi, a loro volta, all’interno di un’unica cassa tripartita. Di questa e delle tre rispettive urne ne parlano sia il Ginanni, sia il verbale riportato nel Diario delle Sacre funzioni redatto da don Paolo sarti, cancelliere arcivescovile, il 3 settembre 1903 al momento della rimozione dell’altare settecentesco[36]. Fu in quell’occasione che la cassa lignea e le reliquie furono portate in Arcivescovado, per esservi custodite temporaneamente, ma lì rimasero sino al 1955, anno in cui l’arcivescovo Egidio Negrin, accogliendo l’istanza di Mons. Mazzotti, le ripose all’interno dell’altare maggiore della basilica[37]. Un’iscrizione, posta alla sua base, ne ricorda la presenza: «hic corpora sanctorum rav. ecclesiae antistitum ecclesii basilicae huius conditoris atque/ursicini et victoris a. r. s. mcmlv iii idus martias aegidius ii archiepiscopus pie composuit»[38]. Mons. Negrin ripose nell’altare maggiore, presumibilmente, le singole urne, ma non la cassa lignea, che fu custodita, probabilmente per volontà dello stesso Mazzotti, in Archivio Arcivescovile. A seguito del trasloco dell’Archivio dall’Episcopio al Seminario essa finì in magazzino, dove ancor oggi si trova; sul coperchio, oltre ad alcuni sigilli, è presente la seguente iscrizione incisa su una lastra metallica: «ss epi ecclesii ursicini victoris»[39].

Il cosiddetto sarcofago dell’arcivescovo Martino

Oltre ai sarcofagi dei tre grandi vescovi del VI secolo fu rinvenuta una quarta arca che da alcuni fu ritenuta il luogo della sepoltura dell’arcivescovo Martino[40]. L’urna, nota già al Ginanni, è stata riconosciuta in quella rinvenuta sotto all’arca di Vittore dove rimase fino al 1904 quando, come scrisse il Sangiorgi in polemica con il Ricci, essa fu portata al di fuori della basilica: «La vecchia urna pertanto di marmo d’Istria dell’arciv. Martino, che aveva superato tante vicende nei secoli, spogliata dopo ben 1088 anni delle venerabili ossa di quel santo Arcivescovo è stata cacciata fuori dal suo antico e sacro luogo, e confinata vicino al muro del vecchio monastero non più colla sua antica tavola di marmo greco, ma con un coperchio moderno in cemento di forma romana, che le da un aspetto assai grottesco»[41]

Affresco di Apollinare

Durante i lavori dei primi anni del secolo scorso fu rinvenuto, nella muratura che chiude l’antico ingresso alla cappella, un affresco raffigurante i Santi Apollinare, Pietro e Martino. La pittura, già nota dai lavori settecenteschi, è databile alla prima metà del IX secolo, all’epoca in cui Martino fu arcivescovo di Ravenna. La figura dell’arcivescovo è riconoscibile grazie ad un’iscrizione dipinta il cui testo, molto rovinato, è riportato in un disegno di Alessandro Azzaroni: «dom(i)n(us)/ marti/nus/arch(i)/epis/cop(us)»[42]. L’apostolo Pietro è riconoscibile dall’attributo delle chiavi, mentre il volto di Apollinare richiama il mosaico presente nella basilica classense. Non stupisce il legame tra Apollinare e Pietro dato che il protovescovo ravennate, per secoli, è stato ritenuto discepolo del pescatore di Galilea secondo quanto tramandato innanzitutto dalla Passio Sancti Apollinaris e poi dal Liber Pontificalis. L’affresco, riportato su tela, è conservato presso il Museo Nazionale di Ravenna.

Il sarcofago di Isacio e il marmo con le impronte di Sant’Ursicino

Altre memorie sono legate al Sancta Sanctorum come lo stupendo sarcofago reimpiegato per la sepoltura dell’esarca Isacio, ricollocata dal Ricci all’interno del sacello e oggi posta nel deambulatorio della basilica, oppure l’antico marmo rosso con le sacre impronte di Ursicino, il medico ligure che la tradizione agiografica vuole martirizzato insieme a Vitale, anch’esso posto dal Ricci all’interno del Sacello e oggi visibile nel Duomo di Ravenna, dove è stato portato, accanto all’altare di Sant’Ursicino sul quale è la bella tela di Cesare Pronti raffigurante il martirio del santo[43]

La Madonna della Ghiara di Francesco Longhi

Già il Ginanni ricordava all’interno della cappella, sopra all’altare, il quadro di Francesco Longhi raffigurante la Vergine con il Bambino con le Sante Giustina e Scolastica, un quadro attestato anche da Corrado Ricci[44]

F. Longhi, Madonna della Ghiara con le Sante Scolastica e Giustina 

L’opera, firmata e datata al 1590, va riconosciuta nella tela oggi di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna[45]. L’immagine della Vergine con il Bambino, che il Ricci ricorda come «Madonna di Reggio», propone l’iconografia della Madonna della Ghiara, venerata a Reggio Emilia. Vicine alla Vergine sono le sante Scolastica e Giustina, la prima riconoscibile per l’abito monastico e la colomba tra le mani, la seconda per la corona posta sul capo e il pugnale nel petto. 

Non stupiscono la presenza di Santa Scolastica, sorella del grande Benedetto né la presenza di Giustina, la santa venerata a Padova ed il cui legame con la città di Ravenna era dato attraverso i monaci Cassinesi[46]

Appendice documentaria

Diario delle sacre funzioni dal giorno 8 settembre 1901 al 31 dicembre 1909, pp. 93- 96. 

1903, 3 settembre

giovedì. Per i molti e grandiosi ristauri, che da più anni si stanno facendo nel tempio di S. Vitale sotto la direzione dell’Illmo Sig.r Cav.re Corrado Ricci, si è dovuto demolire l’Altare della Capella del Sancta Sanctorum, ove riposavano i Corpi dei tre Santi Arcivescovi Ecclesio, Ursicino e Vittore, i quali per ordine di Sua Eccellenza Rev.ma Mons.r Arcivescovo si sono trasportati al Palazzo Arcivescovile[47]. Quivi per mano di quattro sacerdoti vestiti di cotta recitando Salmi, coll’intervento del lodato M.r Arc.vo, di M.r Pietro Maffi (vestiti ambedue di rocchetto e mozzetta con torcia in mano) non che dal R.mo Capitolo in abito corale e torcia, e di altri Sacerdoti vestiti di cotta, con candela in mano, è stata portata nella Cappella del piano superiore per rimanervi, ad modum depositi, fino a che, terminati i ristauri (quali il lodato Cav.r Ricci ha promesso finiti nella primavera del venturo anno) dovrà essere riportata alla Chiesa di S. Vitale. Di tutto questo è stato rogato il seguente atto:

Nel Nome Santo di Dio. Amen. Curia Generale Arcivesc.le di Ravenna oggi 3 Settembre 1903 Nell’occasione dei grandiosi ristauri e lavori, che si eseguiscono nella Basilica Monumentale di S. Vitale, Parrocchiale di S. Apollinare in Veclo, dovendosi demolire l’Altare della Cappella così detta del Sancta Sanctorum, nel quale si conservano i Corpi dei tre Santi Arcivescovi di Ravenna, Ecclesio, Ursicino, e Vittore, Sua Eccellenza Rev.ma Monsignor Guido Maria Conforti, meritissimo Nostro Arcivescovo, dispose che i Santi Corpi medesimi, levati di là, venissero portati colla debita riverenza nel suo Arcivescovile Palazzo, per ivi in opportuno luogo essere custoditi, fino a tanto che non si potranno ricollocare nel nuovo Altare, che deve costruirsi nella suddetta Capella, la quale dovrà in seguito servire pel SS. Sacramento. 

E poiché ciò consti da un Atto di Curia, quindi a che io sottoscritto nella mia qualifica di Cancelliere Gen.le Arcivescovile oggi stesso alle ore 11, mi sono recato nella prenominata Basilica, ed ivi in concorso del M. R. Sig.r D. Cesare Uberti custode delle Sacre Reliquie, ed alla presenza dei Sig.ri D. Alessandro Ghirardini Parroco di S. Apollinare in S. Vitale, a Mons.r Carlo Uberti Parr.co di S. Pietro Maggiore, testimoni, ho verificato che, levata la lastra di marmo che formava l’altare, vi si è trovata una cassa di legno lunga metri 1, 60 e larga Cent. 45 resa inamovibile mediante una spranga di ferro infissa per il lungo colle due estremità nelle pareti dei capi dell’arca medesima; la quale spranga nel mezzo era sormontata da una lamina di piombo larga circa cent. 5 hic indeinchiodata, e portante due suggelli in cera lacca rossa scura collo stemma dell’Abbazia di S. Vitale. Al coperchio stesso sono inchiodate tre piccole lastre di piombo portanti ognuna il nome del S. Arcivescovo al quale è sovrapposta non che due tubetti pure di piombo uno a destra e l’altro a sinistra, contenenti forse qualche memoria[48].

Nell’arca si sono trovate altresì due lastre di marmo dalla dimensione laterale dell’arca stessa, collocata una avanti l’altra, dirimpetto alla parete, che forma come il paliotto dell’Altare; nella prima delle quali, cioè in quella che rasenta la parete stessa nella parte che guarda questa sono effigiate a graffito le immagini dei tre Santi, le quali si vedevano dal di fuori per tre aperture ovali appositamente praticate nella detta parete e guarnite come di altrettante grate di metallo indorato componenti i nomi dei rispettivi Santi. L’altra poi porta incisa questa leggenda:super hanc tabulam requievit Corpus S. Ecclesii

Levata poi la Cassa e scoperta, vi si sono trovate tre Cassette chiuse, parimenti di legno, quadrate, uguali e benissimo conservate che riempiono tutta la Cassa, avanti ognuna sul coperchio il nome del Santo, di cui contiene il Corpo. Ciascuna di esse è girata per il lungo e per il traverso da una fettuccia sbiadita, con in mezzo un sigillo in cera lacca rossa collo stemma dell’Arcivescovo Farsetti. Ricoperta la Cassa, senza muovere le cassette, è stata collocata in un legno, entro il quale accompagnata dal predetto Parroco e dal R.mo Mons.r Carlo Uberti, che tenevano due lampioncini accesi e recitavano salmi, fu trasferita all’Episcopio. Nel vestibolo di questo erano a riceverla le EE. LL. Rev.me Monsignor Arcivescovo prelodato e Monsignor Pietro Maffi Arcivescovo eletto di Pisa ed ora tuttavia Vescovo Ausiliare di Ravenna, entrambi in mazzetta, non che il R.mo Capitolo in abito corale, e i Rev.di Mansionari, parimenti in abito corale, tutti con torcia o candele accese: i quali salmeggiando l’hanno accompagnata fino al luogo di sua precaria permanenza, cioè nella Cappellina posta al terzo piano dell’Episcopio, dove fu posta sulla predella dell’altare e coperta di un drappo rosso, presenti tutti i predetti, i quali prima di ritirarsi si sono trattenuti alquanto a venerare le Sacre Reliquie.

Sopra le quali cose tutte io infrascritto Cancelliere Arcivescovile ho esteso il presente Atto (benchè scritto da altra mano)[49] nella Cancelleria alla presenza dei prelodati Sig.ri Parroci M.r Carlo Uberti del fu Luigi e Alessandro Ghirardini del fu Domenico testimoni a me ben noti, idonei e pregati, che qui meco si sottoscrivino

Paolo Arcid. Sarti Cancel.e Arcives.le, D. Alessandro Par.o Ghirardini testimonio, D. Carlo Parroco Uberti testimonio, D. Cesare Uberti Custode delle Ss. Reliquie. 


[1] Il Liber Pontificalis Ecclesiae Ravennatis denomina questo sacello «monasterium Sancti Nazari», noto anche come Santi Nazario e Celso, cfr. D. Mauskopf Deliyannis (a cura di), Liber Pontificalis Ecclesiae Ravennatis, in Corpus Christianorum cxcix, Cambridge 2006, 226. Il presente articolo riprende e amplia, alla luce di ulteriori ricerche, quanto sinteticamente pubblicato su RisVeglio Duemila, giornale della Diocesi di Ravenna-Cervia, in occasione della fine dei restauri al Sancta Sanctorum nella basilica di San Vitale e della benedizione del tabernacolo: G. Gardini, La Cappella del Sancta Sanctorum in “RisVeglio Duemila”, anno XXVI, n. 26 del 3 luglio 2015, 1, 5 [settimanale]; ivi, n. 27 del 10 luglio 2015, 3. Si ringraziano l’Arcidiocesi di Ravenna-Cervia, l’Istituzione Biblioteca Classense e la Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna nella persona del Dott. Antonio Bianco per aver autorizzato la pubblicazione delle immagini; dove non diversamente indicato, le fotografie sono state eseguite dallo scrivente. Il restauro della cappella è stato realizzato su progetto e direzione lavori di Massimiliano Casavecchia, Giorgio Della Longa, Stefania Gambirasio, Valeria Balella e Daniele Gulinelli sotto l’alta sorveglianza della Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio per le province di Ravenna, Forlì-Cesena, Rimini e della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia-Romagna. I restauri (1997-2015), sono stati eseguiti da Wunderkammer snc di Ugo Capriani (Restauro e conservazione, archeologia e ricerca nell’ambito dei beni culturali). I lavori sono stati resi possibili grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna. Il tabernacolo benedetto da Sua Ecc.za mons. Lorenzo Ghizzoni il 28 giugno 2015 è stato realizzato dall’orafo Marco Gerbella su disegno dell’arch. Massimiliano Casavecchia.

Ai recenti restauri che hanno interessato l’ambiente e che l’hanno riportato alla sua quota originaria, sono seguite numerose scoperte: basti fare accenno al ritrovamento di tre sepolture all’interno della cappella, più una quarta nell’atrio – l’unica visibile sotto la grata che funge da pavimento – o la presenza di una pavimentazione a una quota di poco inferiore a quella in mosaico della basilica. Ci si augura che questo luogo possa essere ancora oggetto di approfonditi studi per arrivare ad una maggior comprensione di questo straordinario monumento quale è la basilica di San Vitale. Si ringrazia in particolar modo l’Arch. Massimiliano Casavecchia per le informazioni sui lavori condotti: per un primo approccio ai restauri si veda il suo contributo di seguito citato. Un ringraziamento sentito va a mons. Rosino Gabbiadini che, lungo il corso degli anni, mi ha aggiornato sullo stato dei lavori.

Per una bibliografia generale sulla Cappella del Sancta Sanctorum si veda: C. Ricci, La cappella detta Sancta Sanctorum nella chiesa di S. Vitale in Ravenna, in “Rassegna d’arte”, 1904.7, A. 4, n. 7 (lug. 1904), 104-108; C. Sangiorgi, Note sui restauri eseguiti in S. Vitale di Ravenna negli anni 1903-04-05, Tipografia Alighieri, Ravenna 1906, 41-62; M. Mazzotti, Il sarcofago di S. Ecclesio nella basilica di S. Vitale, in “Felix Ravenna” n. 62, agosto 1953, 38-47; C. Rizzardi, S. Vitale di Ravenna. L’architettura, Edizioni A. Longo, Ravenna 1968, 74-76; P. Angiolini Martinelli (a cura di), La Basilica di San Vitale a Ravenna, Testi, Mirabilia Italiae, Franco Cosimo Panini, Modena 1997, 230-233; oltre al volume dei Testi è importante anche l’Atlante che documenta i luoghi della basilica; P. Novara, Il restauro della cappella del Sancta Sanctorum, in Corrado Ricci e il San Vitale di Ravenna. Antologia di scritti a cura di Paola Novara, Libreria Antiquaria Tonini, Ravenna 2008, 153-154. M. Casavecchia, Un racconto numinoso, in J. Farabegoli – N. Valentini (a cura di), Architettura, arte e teologia. Il simbolismo della luce nello spazio liturgico, Pazzini Editore 2013, 171-180. Sulle sepolture dei vescovi ravennati si veda: F. Patini, I luoghi di sepoltura dei vescovi ravennati, in “Felix Ravenna”, s. III (xcviii), 1968, 5-107; R. Farioli Campanati, Le tombe dei vescovi di Ravenna dal tardo antico all’alto medioevo, in Y. Duval, J.Ch. Picard (ed.), L’inhumation privilégiée du IVe au VIIIe siècle en Occident, Actes du colloque tenu à Créteil les 16-18 mars 1984, Paris 1986, 168 e bibliografia ivi citata; J.- C. Picard, Le souvenir des évêques en Italie du nord des origines au Xe siécle, Roma, 1988, pp. 166-173; R. Benericetti, Il pontificale di Ravenna. Studio critico, Faenza 1994, 155-165, in particolare 162. Dedico questo studio alla memoria di Vanda Bandini che tanto ha amato la basilica di San Vitale.

[2] Ecclesio è stato vescovo di Ravenna dal 522 al 532, Ursicino dal 533 al 536 e Vittore dal 538 al 545; per la cronotassi episcopale ravennate si veda: G. Orioli, Cronotassi dei vescovi di Ravenna, in “Felix Ravenna”, s. IV, Fasc. 1/ 2 1984- 1/ 2 1985 (cxxvii-cxxx), Edizioni del Girasole, Ravenna 1985, 325. Ginanni ricorda che una lastra sferica di porfido indicava l’ubicazione del pozzo: in merito al pozzo di sangue si veda, a titolo esemplificativo: G. Fabri, Le sagre memorie di Ravenna Antica, Venezia 1664, 361; Sangiorgi, Note sui restauri, 44. La tradizione del pozzo di sangue, in area ravennate, è ricordata, ad esempio, anche nella basilica di Sant’Apollinare in Classe, ed è legata all’altare a cippo posto in mezzo alla navata centrale.

[3] Mauskopf Deliyannis, Liber Pontificalis Ecclesiae Ravennatis, 226; per Ursicino è detto: «sepultusque est in basilica beati vitalis martiris ante altarium sancti nazarii», 235, di Vittore «sepultus est in ecclesia sancti vitalis infra monasterium sancti nazarii iuxta praedecessorem suum», 238; M. Pierpaoli (traduzione e note di), Il libro di Agnello Istorico. Le vicende di Ravenna antica fra storia e realtà, Diamond Byte, Ravenna 1988: «Quando questo beatissimo morì [Ecclesio], fu sepolto nella chiesa del beato martire Vitale, nella cappella di S. Nazario davanti all’altare, in mezzo fra il corpo del beato vescovo Ursicino e quello del beato Vittore», 83-84; «Fu sepolto [Ursicino] nella basilica di S. Vitale martire davanti all’altare di S. Nazario», 91; «Fu sepolto [Vittore] nella chiesa di S. Vitale, dentro alla cappella di S. Nazario, vicino al suo predecessore», 94.

[4] Archivio di Stato di Ravenna, Corporazioni Religiose Soppresse, S. Vitale, vol. 584, cc. 136r-v. La relazione ricorda presenti, oltre all’abate Giulio da Verona e all’arcivescovo di Ravenna Cristoforo Boncompagni anche Marco Pedoca della Mirandola e Gaspare Silingardi; Mazzotti, Il sarcofago di S. Ecclesio, 44.

[5] BCRa, Miscellanea di Documenti, e Memorie spettanti a varie Chiese, e Luoghi Pii di Ravenna. Chiesa, e Monastero di S. Vitale, t. iv, Mob. 3. 1. L2, cc. 67-103, in particolare le cc. 90-95 dove si ha la relazione del Padre Ginanni. I lavori iniziarono il 26 novembre 1731 con la rimozione del pavimento, cfr. Ginanni c. 92v.; la sera del 14 dicembre si aprirono i tre sarcofagi e si posero le reliquie in altrettanti reliquiari. La mattina seguente si concluse il lavoro raccogliendo i frammenti superstiti e custodendoli in ulteriori reliquiari.  Si vedano inoltre i disegni del Sancta Sanctorum: BCRa, Raccolta di disegni, e sbozzi d’architettura civile, come piante, spaccati ed elevazioni di chiese, case, facciate ed altro di vari auttori, Mob. 3, cassetto sinistro D, cc. 20; 49.

[6] La ricognizione settecentesca avvenne sotto l’episcopato del Farsetti il quale appose i sigilli sulla cassa lignea; nel 1903 furono ritrovati i sigilli posti all’epoca, cfr. appendice documentaria.

[7] cfr. Mazzotti, Il sarcofago di S. Ecclesio, 38 e sgg. 

[8] Iscrizione tratta dalla Vita di Massimiano, cfr. Mauskopf Deliyannis, Liber Pontificalis Ecclesiae Ravennatis, 245.

[9] Iscrizione tratta dalla Vita di Ecclesio, cfr. ivi, 231.

[10] Cfr. BCRa, Mob. 3 .1. L2 c. 86. Quest’ultima parte del testo è un’aggiunta dei monaci. «Giuliano argentario, per mandato del beatissimo vescovo Ecclesio, edificò dalle fondamenta la basilica del beato martire Vitale, la ornò e dedicò, essendo consacrante il reverendissimo vescovo Massimiano, il 13 maggio nell’anno VI dopo il consolato di Basilio il giovane. Alto si leva con venerabile mole il tempio consacrato a Dio col nome di Vitale. Questa rocca occupano insieme anche Gervasio e Protasio, che nascita, fede e tempo vedono associati. Il loro genitore, fuggendo i contagi del mondo, fu esempio di fede e di martirio. Di questa rocca Ecclesio per primo diede l’incarico a Giuliano, il quale meravigliosamente costruì l’opera a lui affidata. E inoltre stabilì con legge eterna che a nessuno fosse lecito seppellire in questi luoghi; ma poiché risultava che qui erano stati posti monumenti funerari dei precedenti presuli, che soltanto in questi casi fosse lecito; sotto l’impero di Giustiniano I. L’abate e i monaci restituirono entrambe le antiche epigrafi, che una volta si trovavano nell’atrio della basilica e che andarono perdute per i danni del tempo, desumendole dagli scrittori di storia ravennate, nell’anno della recuperata salvezza 1732», cfr. C. Franzoni, in La Basilica di San Vitale a Ravenna, 181.

[11] BCRa, Mob 3. 1. L2, c. 94; I. Morelli, Operette, Vol. II, Dalla tipografia di Alvisopoli, Venezia 1820, 357-358.

[12] Secondo il Ginanni la prima iscrizione, il cui testo era in caratteri d’oro, era accompagnata dalla data del mdccxxxi, cfr. BCRa, Mob. 3. 1. L2, c. 93v.; per la citazione di Esodo cf. BCRa, Mob. 3. 1. L2, c. 94v.

[13] Archivio Storico Diocesano, Diario delle sacre funzioni dal giorno 8 settembre 1901 al 31 dicembre 1909, cc. 93- 96. In appendice si riporta la trascrizione completa; non tutto ciò che scrive il Ginanni in merito alla collocazione delle reliquie trova piena corrispondenza con quanto visto ai primi del ‘900; le differenze, tuttavia, non sono sostanziali.

[14] V. Marchetti, in La Basilica di San Vitale a Ravenna, 180, fig. 143; per la datazione si veda anche M. Faietti, La pittura del quattrocento a Ravenna, in Storia di Ravenna. Dalla dominazione veneziana alla conquista francese, Vol. IV, 257, nota 16.

[15] C. Franzoni, in La Basilica di San Vitale a Ravenna n, 230, fig. 610. 

[16]  Marchetti, in La Basilica di San Vitale a Ravenna, fig. 611.

[17] Il lavoro fu affidato a Martinetti in data 24 gennaio 1732, cfr. BCRa, Mob. 3. 1. L2, c. 68v.; per lavori al Sancta Sanctorum si veda anche: Archivio di Stato di Ravenna, Fondo Corporazioni Religiose Soppresse, Monastero di San Vitale, Giornale n. 1129, c. 49 (per i lavori al Sancta Sanctorum si vedano anche le carte 86, 100, 113, 154, 179; Giornale n. 1114, c. 330). 

[18] BCRa, Mob. 3. 1. L2, cc. 94-95; cfr. anche c. 70. 

[19] Cfr. Marchetti, in La Basilica di San Vitale a Ravenna, 230- 231, figg. 612-616; resta il dubbio su quanto scrive l’autrice in merito alla parete destra. Si auspica, in un prossimo futuro, la possibilità di restaurare, studiare e valorizzare pitture così preziose.

[20] Cfr. BCRa, Mob. 3. 1. L2, c. 93v.

[21] Per le varie collocazioni dell’iscrizione si veda: Sangiorgi, Note sui restauri, 57-58.

[22] CIL XI, 322; S. Pasi, in La Basilica di San Vitale a Ravenna, 232-233, fig. 625; da qui, inoltre, è ripresa la traduzione.

[23] Per la capsella dell’argentario si veda: CIL XI, 289; Deichmann, Giuliano argentario, in “Felix Ravenna” 1951, fascicolo 5,  6-7; G. Bovini,Giuliano l’argentario: il munifico fondatore di chiese ravennati, in “Felix Ravenna” 1970, fascicolo I, 135-136; F. W. Deichmann, Ravenna Haupstadt des spätantiken Abendlandes, Kommentar, 2. Teil, Wiesbaden 1976, 4; E. Marcato, in La Basilica di San Vitale a Ravenna, 233, figg. 626-628. Interessanti reliquiari marmorei, con i quali si potrebbe stabilire un confronto, sono presenti entro l’altare maggiore del Duomo di Ravenna: cfr. Gardini, L’altare maggiore del Duomo di Ravenna. Reliquie e reliquiari, in La bellezza della Fede. I quaderni dell’Istituto Superiore di Scienze religiose Sant’Apollinare di Forlì, numero 2, Pazzini Editore, 2013, 121-145. Va inoltre ricordata la notissima capsella dei santi Quirico e Giulitta conservata al Museo Arcivescovile di Ravenna.

[24] A conferma dell’opera dell’Argentario va ricordato che il suo nome compare nei monogrammi presenti in basilica e compariva nelle iscrizioni tramandateci da Andrea Agnello. Tra le varie attestazioni citiamo l’epigrafe relativa alla sepoltura di Apollinare che si trova nella basilica di Sant’Apollinare in Classe; egli è ricordato nella Vita relativa all’arcivescovo Massimiano, cfr. Mauskopf Deliyannis, Liber Pontificalis Ecclesiae Ravennatis, 245.

[25] Per il Ginanni lo strato di creta era da attribuirsi anche alla terribile inondazione del 1636, cfr. BCRa, Mob. 3. 1. L2, c. 92v.

[26] Allo stato attuale delle ricerche non è chiaro il motivo che portò alla distruzione, oltretutto sommaria, dei sarcofagi di Ecclesio e Ursicino vista la venerazione verso questi santi vescovi. Inoltre, i frammenti non furono tenuti in alta considerazione e, a parte le lastre-colatoio, furono reimpiegati come materiali di recupero, anche le parti decorate. Scrive il Sangiorgi: «Del perverso destino corso da queste urne non ci rimane memoria scritta all’infuori di quel poco che si legge in un Instrumento del Cattastro (sic) di S. Vitale del 23 Novembre 1731 a carta 34 recante un contratto cogli artisti Gallegati e Cicognini in occasione del rinnovamento della detta cappella Sancta-Sanctorum al N. 5 marginale: “Di levare le tre arche di marmo e trasportarle ove dirà il R.mo P. Abate con aprirle alla presenza del Superiore ed anco levare l’altare presente”. (…). Dei coperchi di tutte tre le urne indistintamente non si è trovata traccia alcuna, ma senza dubbio può ritenersi che abbiano subita la stessa sorte delle urne di S. Ecclesio e di S. Ursicino, perché molte altre tavole di marmo greco trovate segate in vari modi e lisciate presentano indizi abbastanza sicuri di essere avanzi di quei cimeli», Sangiorgi, Note sui restauri, 50-51. Una breve nota datata al 23 ottobre 1731 incarica i muratori Giuseppe Cicognini e Lorenzo Calegati di «levar le 3 arche», ma non sono fornite altre notizie; cfr. BCRa, Miscellanea di Documenti, e Memorie spettanti a’ varie Chiese, e Luoghi Pii di Ravenna. Chiesa, e Monastero di S. Vitale, t. v, Mob. 3 .1. M2 cc. 71-73.

[27] Per i frammenti del sarcofago di Ecclesio si veda: M. Bucci, scheda n. 40 (a, b), in “Corpus” della Scultura paleocristiana bizantina ed altomedioevale di Ravenna, (diretto da G. Bovini), Roma 1968, Vol. II, 50-51 e bibliografia ivi citata; R. Farioli, Ravenna, Costantinopoli: considerazioni sulla scultura del VI secolo in XXX Corso di cultura sull’arte ravennate e bizantina. Seminario giustinianeo, Edizioni del Girasole, Ravenna 1983, 213-214, fig. 8 e bibliografia ivi citata. L’esecuzione, su progetto dell’arch. Massimiliano Casavecchia e di Daniele Gulinelli, è stata finanziata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Ravenna. I restauri dei materiali lapidei sono stati affidati al Laboratorio del Restauro S. R. L. di Ravenna.

[28] Il testo dell’iscrizione è stato pensato da mons. Rosino Gabbiadini.

[29] A. C., Ecclesio, una sindone sul marmo, in “Il resto del Carlino”, 25 marzo 2014, 37 [quotidiano].

[30] Il testo redatto in occasione della ricognizione novecentesca precisa che solo il primo di questi due frammenti era all’interno dell’altare; cfr. appendice documentaria.

[31] I tre frammenti furono ritrovati, reimpiegati, nei gradini del presbiterio. Dell’altare, smantellato recentemente in occasione degli ultimi restauri, rimane una buona documentazione fotografica reperibile in Angiolini Martinelli – Et Al, La Basilica di San Vitale a Ravenna, 319-320. Per il frammento di sarcofago di Ursicino si veda: Bucci, scheda n. 41 (a), in “Corpus” della Scultura paleocristiana bizantina ed altomedioevale di Ravenna, Vol. II, 51 e bibliografia ivi citata.

[32] Sangiorgi, Note sui restauri, 51; Mazzotti ritenne questo frammento come parte della fronte; la Rizzardi, invece, ha ipotizzato provenga dal lato sinistro; come accennato, il Ginanni, tuttavia, non menziona, per il sarcofago di Ursicino, altre decorazioni se non quelle del coperchio e l’iscrizione «+ ursicinus episcopus» lungo il lato sinistro, cf. BCRa, Mob. 3. 1. L2, cc. 91v. – 92r., un dato, questo, che lascerebbe posto anche ad altre considerazioni; Mazzotti, Il sarcofago di S. Ecclesio, 43; Rizzardi, S. Vitale di Ravenna, 232.

[33] Rispetto a quando la vide Mazzotti l’iscrizione appare molto deteriorata al punto da essere quasi illeggibile. I lavori per il nuovo altare, su disegno di Gianfrancesco Buonamici, furono affidati a Giovanni Toschini in data 20 gennaio 1732, cf. BCRa, Mob. 3. 1. L2, c. 68r.; BCRa, Mob. 3 .1. M2 cc. 74-76; Archivio di Stato di Ravenna, Fondo Corporazioni Religiose Soppresse, Monastero di San Vitale, Giornale n. 1129, c. 49. W. Oechslin, Buonamici (Bonamici), Gianfrancesco in DBI 1960-, Vol. 15 (1972), 130.

[34] BCRa, Mob. 3. 1. L2, c. 71v.; qui viene anche detto che questa arca fu scelta come nuovo altare: «Un’urna intera di marmo greco, ch’è quella, nella quale riposavano le ossa di Santo Vittore, forma l’altare». Se ai primi del ‘900 le iscrizioni sono ricordate di «metallo indorato», oggi questa patina si è persa completamente, cfr. appendice documentaria.

[35] Pochi sono coloro che notano questo sarcofago e leggono i nomi dei santi vescovi, poiché è stata collocata in modo che le grate siano addossate ad una pianta d’alloro che nasconde quasi completamente le iscrizioni; tornano alla mente le parole del Sangiorgi «Era però ben meritevole più di ogni altra cosa quest’urna di rimanere conservata entro la cappella del Sancta-Sanctorum, ove era sempre stata»; se oggi non si ipotizzerebbe più una sua ricollocazione all’interno della cappella, almeno sarebbe auspicabile una sua migliore valorizzazione; cfr. Sangiorgi, Note sui restauri, 50. 

[36] Archivio Storico Diocesano, Diario delle Sacre funzioni dal giorno 8 settembre 1901 al 31 dicembre 1909, pp. 93- 96; si veda la trascrizione del testo nell’Appendice documentaria.

[37] Più volte Mazzotti invocò il ritorno delle reliquie nella Basilica di San Vitale: Mazzotti, Il sarcofago di S. Ecclesio, 46; idemL’altare d’alabastro in San Vitale, in “Felix Ravenna” n. 64, aprile 1954, 69. Egidio Negrin fu Arcivescovo di Ravenna dal 1952 al 1956.

[38] Il testo è nascosto sotto alla predella posta vicino all’altare.

[39] Durante alcune ricerche relative ai reliquiari presenti in Cattedrale, svolte tra il 2010 e il 2011, vidi una fotografia degli ambienti dell’Archivio Arcivescovile che mostrava una cassa suddivisa al suo interno in tre scomparti (la fotografia era datata al 17 aprile 1990, prima che l’Archivio fosse trasferito presso il Seminario Arcivescovile, in Piazza Duomo) e fu grazie ad un operaio della Curia, Martino Raniero, che potei rintracciare nei magazzini della Curia questa preziosa testimonianza. La cassa lignea, escluso il coperchio che varia di poco le dimensioni dell’insieme, misura: lunghezza 154, 5 cm, larghezza 40, 5 cm, altezza 36 cm.

[40] Martino è stato arcivescovo di Ravenna dal 810 al 818. Il Ricci pone la domanda se effettivamente la sepoltura rinvenuta sotto a quella di Vittore sia da ritenere quella dell’arcivescovo Martino e se non sia stata attribuita a lui per via della pittura che presentava il suddetto vescovo insieme ai Santi Pietro e Apollinare; cfr. Ricci, La cappella detta Sancta Sanctorum, 106; il Sangiorgi, invece, è propenso ad attribuire la sepoltura a Martino proprio in virtù della pittura rinvenuta «perché era usanza di quei tempi di dipingere sopra il sepolcro la figura di colui che fosse morto in odore di santità con quelle di altri Santi, onde significarlo seguace delle virtù dei medesimi»; cfr. Sangiorgi, Note sui restauri, 52. Della stessa opinione è Mazzotti, cfr. Mazzotti, La basilica di Sant’Apollinare in Classe, Pontificio Istituto di Archeologia Cristiana, Città del Vaticano 1954, 261, nota 54.

Altri sono del parere, seguendo l’Acquedeotti, che Martino trovò sepoltura nell’ardica di Sant’Apollinare in Classe: Farioli Campanati, Le tombe dei vescovi di Ravenna dal tardo antico all’alto medioevo, 168 e bibliografia ivi citata. Su questa linea è Benericetti: «Degli ultimi vescovi, Valerio, Martino, Petronace e Giorgio, non conosciamo il luogo di sepoltura, a causa delle lacune del Pontificale. Ma forse non si va lontano da vero, supponendo che questi arcivescovi continuassero, come i predecessori, a cercare protezione presso le spoglie del protovescovo», cfr. R. Benericetti, Il Pontificale di Ravenna. Studio critico, Faenza 1994, 165.

[41] Sangiorgi, Note sui restauri, 53. Sempre il Sangiorgi annota che le ossa rinvenute nell’urna – in Ginanni parla di molte ossa, un cranio intero e uno mezzo – furono mischiate con le altre rinvenute sempre all’interno della cappella: «Ed ora quei sacri e antichi resti di sì illustri personaggi chi più li discerne, se un destino infausto li ha condannati ad esser gittati alla rinfusa entro cassa di legno in un ripostiglio scavato nella (sic) spessore della volta del matroneo di S. Vitale?» Ibidem.

[42] O. Fabbri [pseudonimo di S. Muratori], Il nimbo quadrato in un affresco bizantino di S. Vitale, in Felix Ravenna, 1916, 914-921. S. Pasi,Pitture ad affresco pretrecentesche nel ravennate, in “Felix Ravenna”, s. IV, fasc. 1/ 2 (CXXI-CXXII), Ravenna 1981, 162-168; Rizzardi, Il romanico monumentale e decorativo a Ravenna e nel suo territorio in A. Vasina (a cura di), Storia di Ravenna, III, Venezia 1993, 466; Pasi, in La Basilica di San Vitale a Ravenna, 250-252, fig. 729; idemLa pittura monumentale in Romagna e nel ferrarese fra IX e XIII secolo, Bologna 2001, 17-20.

[43] Per il sarcofago di Isacio, tra la numerosa letteratura, si veda la scheda di Valenti Zucchini che ricorda il sarcofago ancora presente all’interno del Sancta Sanctorum: G. Valenti Zucchini, scheda n. 13, in “Corpus” della Scultura paleocristiana bizantina ed altomedioevale di Ravenna, vol. II, 32-33. La foto tratta dal Fondo Fotografico Ricci (n. 1585) mostra il sarcofago di Isacio ancora all’interno del Sancta Sanctorum; sullo sfondo è visibile l’affresco con i Santi Apollinare, Pietro e Martino. Si intravvedono inoltre il rinnovato altare, i due frammenti del colatoio di Ecclesio ed il marmo con le impronte di Ursicino martire. Quest’ultimo si trovava nel pavimento della basilica, sotto l’altare detto della Palma, cfr. Sangiorgi, Note sui restauri, 60.  

[44] BCRa, Mob. 3. 1. L2, c. 91v; Ricci, La cappella detta Sancta Sanctorum, 106.

[45] Sulle pagine di RisVeglio Duemila si anticipava la scoperta, cfr. Gardini, La Cappella del Sancta Sanctorum in “RisVeglio Duemila”, n. 27, 3. L’opera di Francesco Longhi è stata edita da Giordano Viroli, ma una svista ha portato a riconoscere in Santa Giustina la figura di Santa Lucia; cfr. G. Viroli, La quadreria della Cassa di Risparmio di Ravenna, Longo Editore, Ravenna 1995, 174-175; idemI Longhi. Luca, Francesco, Barbara pittori ravennati (sec. XVI-XVII), Longo Editore, Ravenna 2000, 185-186. 

[46] Il 19 ottobre del 1732 i lavori dovevano essere ormai terminati dato che l’abate Antonio Maria Maffetti consacrò il nuovo altare dedicandolo a Santa Scolastica e ai Santi Ecclesio, Ursicino e Vittore; cf, BCRa, Mob 3. 1. L2, c. 80.

[47] Guido Maria Conforti, oggi Santo, è stato Arcivescovo di Ravenna dal 1902 al 1904.

[48] Non si hanno notizie di questi tubetti plumbei. Una possibile ipotesi è che siano stati collocati insieme alle reliquie dei santi vescovi ravennati all’interno dell’altare maggiore della basilica di San Vitale. 

[49] La calligrafia è quella di don Cesare Uberti, custode delle Sacre Reliquie.