La cappella arcivescovile di Sant’Andrea

Bellissima è la Cappella arcivescovile di Sant'Andrea a Ravenna
Cappella arcivescovile di Sant'Andrea
Cappella arcivescovile di Sant'Andrea, V-VI secolo, Museo Arcivescovile di Ravenna

All’interno dell’episcopio, come una gemma preziosissima, è custodita la cappella Arcivescovile di S. Andrea. Un vestibolo rettangolare immette all’interno del piccolo oratorio a croce greca. 

Voluta da Pietro II, vescovo tra il 494 e il 519 – anni particolarissimi per la presenza gota-ariana che contrasta la chiesa ortodossa – nasce come luogo di preghiera privata dei vescovi di Ravenna. Un carme in esametri latini tramandato accoglie chi entra: 

«La luce o è nata qui o qui, catturata, libera regna. Davanti a noi sta la luce, da cui venne l’attuale splendore, e qui racchiusa sfolgora la luce sfuggita all’Olimpo. Guarda come scintillano i marmi e come tute le pietre hanno celesti riflessi di porpora. Splendidi appaiono per il loro valore i doni offerti da Pietro. A lui l’onore, a lui il merito hanno concesso di costruire piccoli ambienti che in spazi ridotti possono superare in bellezza quelli ampi. Per Cristo nulla è limitato. Bene possiede una piccola sede colui che ha un tempio nel suo cuore umano. Fondamento è Pietro e un altro Pietro è il costruttore del’aula. Quel che è la casa, ciò è il padrone; quello che è l’opera, lo è l’esecutore stesso, per la vita e per le opere. Il possessore è Cristo che ponendosi mediatore tra i due li rende un solo essere. Chi viene qui versi lacrime destinate a produrre gioia e rinsaldando il cuore contrito col battersi il petto, non si avvilisca, ma si prostri a terra e ai piedi del medico riveli le sue malattie segrete, perché la cura è vicina. Spesso la paura della morte diventa origine di vita beata»[1].

Il testo, tramandatoci dal Liber Pontificalis, è stato riportato in pittura durante i restauri curati da Giuseppe Gerola a partire dal 1911. Sulla sinistra è ancora visibile una traccia dell’originale scritta in tessere musive. 

La volta del vestibolo presenta su fondo oro, in un raffinato intreccio di gigli e rose, uccelli variopinti di varie specie. 

Una delle immagini più significative, anche se profondamente restaurata, è la figura del Cristo sopra all’ingresso del vestibolo. Giovane, imberbe, in abiti militari con la croce gloriosa sulle spalle regge nella mano sinistra il codice aperto sul quale è scritto un versetto del vangelo di Giovanni: «Ego sum via, veritas et vita» – Io sono la via, la verità e la vita (Gv 14,6). Egli calpesta la testa al leone e al serpente, simboli del male: «Camminerai su aspidi e vipere, schiaccerai leoni e draghi» (Sal 90,13). La stessa iconografia compare in uno stucco del Battistero Neoniano – immagine significativa all’interno del contesto battesimale in cui si trova – segno della vittoria di Cristo sulle potenze del male. Inoltre il Cristo che calpesta il leone e il serpente è visibile anche nel Sarcofago Pignattacustodito nel Quadrarco di Braccioforte, accanto alla Tomba di Dante. 

Entrati nella cappella, al centro della volta a crociera, è il monogramma di Cristo, Iesus Xristos sorretto da quattro angeli. Nelle vele, su fondo oro, sono i simboli dei quattro evangelisti che reggono il prezioso codice del Vangelo: l’angelo simbolo di Matteo, l’aquila di Giovanni, il leone di Marco e il toro di Luca.

I sottarchi in asse con l’altare mostrano i volti dei dodici apostoli racchiusi in semplici clipei: al centro di essi è il Cristo giovane, imberbe, vestito di porpora. Nell’arco più prossimo all’abside abbiamo Pietro, Andrea, Filippo, Paolo (1 Cor 15, 8-11), Giacomo e Giovanni; l’arco all’ingresso presenta Tommaso, Matteo, Bartolomeo, Giacomo, Taddeo, Simone il Cananeo (Mt 10, 2-4). Nei sottarchi laterali, disposti simmetricamente rispetto al monogramma di Cristo, a destra sono i santi, a sinistra le sante. 

La croce al centro del cielo stellato è una immagine completamente eseguita a pittura, frutto del restauro condotto da Gerola.

Nelle lunette in sostituzione di mosaici da tempo perduti sono le pitture del ravennate Luca Longhi (1507-1580). A sinistra è il compianto sul Cristo deposto dalla croce (Lc 23, 50-56), a destra l’Ascensione (Lc 24, 50-53). 

Questa cappella, per secoli cuore dell’episcopio, è stata testimone di eventi significativi della recente storia della chiesa ravennate: in questo oratorio il 6 giugno del 1903 il servo di Dio don Angelo Lolli, fondatore dell’Opera Pia di Santa Teresa, ricevette l’ordinazione sacerdotale da San il Guido Maria Conforti, fondatore dei Missionari Saveriani, Arcivescovo di Ravenna dal 1902 al 1904. 

L’altare porta la firma dell’Arcivescovo Giacomo Lercaro, suo dono durante gli anni di episcopato ravennate (1947-52), prima di diventare Cardinale di Bologna. Sul fronte dell’altare, un’iscrizione ne ricorda la dedicazione: JACOB II LERCARO ARCH. EREXIT IN TIT. FUDITQ. OLEŪ DESUPER MCMXLVIII. 

Nelle sue memorie per i 50 anni di sacerdozio, ricordando gli anni a Ravenna, Lercaro ebbe a scrivere: 

«Dirò subito che, per un complesso di circostanze che amo pensare graziosa opera della Provvidenza, non ho, se non raramente, celebrato la S. Messa senza la presenza di una Comunità: primo periodo del mio Episcopato Ravennate, passato dalla Parrocchia popolosa all’Arcivescovado silente, mentre ancora non avevo una famiglia adottiva, sarei rimasto profondamente sconfortato da quelle Messe solitarie, se l’ambiente della vetustissima Cappella di S. Pietro Crisologo, avvivata dai mosaici del V secolo, non avesse supplito con la ricchezza delle memorie alla mancata presenza della «Familia Dei »… La quale poi venne – e doveva venire! – e crebbe; e doveva pur crescere, perché il dialogo tra l’altare e l’assemblea potesse essere costante, quotidiano, affiatato». 

All’interno dell’episcopio, come una gemma preziosissima, è custodita la cappella Arcivescovile di S. Andrea. Un vestibolo rettangolare immette all’interno del piccolo oratorio a croce greca. 

Voluta da Pietro II, vescovo tra il 494 e il 519 – anni particolarissimi per la presenza gota-ariana che contrasta la chiesa ortodossa – nasce come luogo di preghiera privata dei vescovi di Ravenna. Un carme in esametri latini tramandato accoglie chi entra: 

«La luce o è nata qui o qui, catturata, libera regna. Davanti a noi sta la luce, da cui venne l’attuale splendore, e qui racchiusa sfolgora la luce sfuggita all’Olimpo. Guarda come scintillano i marmi e come tute le pietre hanno celesti riflessi di porpora. Splendidi appaiono per il loro valore i doni offerti da Pietro. A lui l’onore, a lui il merito hanno concesso di costruire piccoli ambienti che in spazi ridotti possono superare in bellezza quelli ampi. Per Cristo nulla è limitato. Bene possiede una piccola sede colui che ha un tempio nel suo cuore umano. Fondamento è Pietro e un altro Pietro è il costruttore del’aula. Quel che è la casa, ciò è il padrone; quello che è l’opera, lo è l’esecutore stesso, per la vita e per le opere. Il possessore è Cristo che ponendosi mediatore tra i due li rende un solo essere. Chi viene qui versi lacrime destinate a produrre gioia e rinsaldando il cuore contrito col battersi il petto, non si avvilisca, ma si prostri a terra e ai piedi del medico riveli le sue malattie segrete, perché la cura è vicina. Spesso la paura della morte diventa origine di vita beata»[1].

Il testo, tramandatoci dal Liber Pontificalis, è stato riportato in pittura durante i restauri curati da Giuseppe Gerola a partire dal 1911. Sulla sinistra è ancora visibile una traccia dell’originale scritta in tessere musive. 

La volta del vestibolo presenta su fondo oro, in un raffinato intreccio di gigli e rose, uccelli variopinti di varie specie. 

Una delle immagini più significative, anche se profondamente restaurata, è la figura del Cristo sopra all’ingresso del vestibolo. Giovane, imberbe, in abiti militari con la croce gloriosa sulle spalle regge nella mano sinistra il codice aperto sul quale è scritto un versetto del vangelo di Giovanni: «Ego sum via, veritas et vita» – Io sono la via, la verità e la vita (Gv 14,6). Egli calpesta la testa al leone e al serpente, simboli del male: «Camminerai su aspidi e vipere, schiaccerai leoni e draghi» (Sal 90,13). La stessa iconografia compare in uno stucco del Battistero Neoniano – immagine significativa all’interno del contesto battesimale in cui si trova – segno della vittoria di Cristo sulle potenze del male. Inoltre il Cristo che calpesta il leone e il serpente è visibile anche nel Sarcofago Pignattacustodito nel Quadrarco di Braccioforte, accanto alla Tomba di Dante. 

Entrati nella cappella, al centro della volta a crociera, è il monogramma di Cristo, Iesus Xristos sorretto da quattro angeli. Nelle vele, su fondo oro, sono i simboli dei quattro evangelisti che reggono il prezioso codice del Vangelo: l’angelo simbolo di Matteo, l’aquila di Giovanni, il leone di Marco e il toro di Luca.

I sottarchi in asse con l’altare mostrano i volti dei dodici apostoli racchiusi in semplici clipei: al centro di essi è il Cristo giovane, imberbe, vestito di porpora. Nell’arco più prossimo all’abside abbiamo Pietro, Andrea, Filippo, Paolo (1 Cor 15, 8-11), Giacomo e Giovanni; l’arco all’ingresso presenta Tommaso, Matteo, Bartolomeo, Giacomo, Taddeo, Simone il Cananeo (Mt 10, 2-4). Nei sottarchi laterali, disposti simmetricamente rispetto al monogramma di Cristo, a destra sono i santi, a sinistra le sante. 

La croce al centro del cielo stellato è una immagine completamente eseguita a pittura, frutto del restauro condotto da Gerola.

Nelle lunette in sostituzione di mosaici da tempo perduti sono le pitture del ravennate Luca Longhi (1507-1580). A sinistra è il compianto sul Cristo deposto dalla croce (Lc 23, 50-56), a destra l’Ascensione (Lc 24, 50-53). 

Questa cappella, per secoli cuore dell’episcopio, è stata testimone di eventi significativi della recente storia della chiesa ravennate: in questo oratorio il 6 giugno del 1903 il servo di Dio don Angelo Lolli, fondatore dell’Opera Pia di Santa Teresa, ricevette l’ordinazione sacerdotale da San il Guido Maria Conforti, fondatore dei Missionari Saveriani, Arcivescovo di Ravenna dal 1902 al 1904. 

L’altare porta la firma dell’Arcivescovo Giacomo Lercaro, suo dono durante gli anni di episcopato ravennate (1947-52), prima di diventare Cardinale di Bologna. Sul fronte dell’altare, un’iscrizione ne ricorda la dedicazione: JACOB II LERCARO ARCH. EREXIT IN TIT. FUDITQ. OLEŪ DESUPER MCMXLVIII. 

Nelle sue memorie per i 50 anni di sacerdozio, ricordando gli anni a Ravenna, Lercaro ebbe a scrivere: 

«Dirò subito che, per un complesso di circostanze che amo pensare graziosa opera della Provvidenza, non ho, se non raramente, celebrato la S. Messa senza la presenza di una Comunità: primo periodo del mio Episcopato Ravennate, passato dalla Parrocchia popolosa all’Arcivescovado silente, mentre ancora non avevo una famiglia adottiva, sarei rimasto profondamente sconfortato da quelle Messe solitarie, se l’ambiente della vetustissima Cappella di S. Pietro Crisologo, avvivata dai mosaici del V secolo, non avesse supplito con la ricchezza delle memorie alla mancata presenza della «Familia Dei »… La quale poi venne – e doveva venire! – e crebbe; e doveva pur crescere, perchè il dialogo tra l’altare e l’assemblea potesse essere costante, quotidiano, affiatato». 

Giovanni Gardini


[1] Traduzione dal testo latino di M. Pierpaoli. 

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